Il 21 marzo scorso, presso la sede dell’ANCE (L’Associazione delle Imprese Edili e Complementari della Provincia di Grosseto), si è svolto un incontro dai contenuti molto interessanti, per la competenza dei relatori e la preziosità delle testimonianze condivise.
Erano presenti, tra gli altri, Don Enzo Capitani per Caritas Diocesana; Juri Nervo in collegamento on-line, per la Fondazione Carità Arti e Mestieri, il Movimento dei Focolari e una nutrita rappresentanza di studenti.
L’associazione Green Future Center Ets, ispiratrice dell’evento, ha radunato molte persone in rappresentanza di altrettante associazioni che si muovono sul territorio della città e della nostra regione Toscana, con l’aggiunta di un parlamentare fresco di presentazione di un disegno di legge ispirato da un’associazione cittadina. Non è possibile dar conto, in modo esauriente, della decina di interventi che si sono succeduti a un ritmo serrato.
È stato interessante entrare dentro la città e la regione, attraverso le storie che costruiscono le nostre comunità e le persone che le incarnano. I testimoni, che hanno condiviso la loro visione del mondo e della persona, hanno dimostrato che la messa in comunione di esperienze individuali è un’attività necessaria per preparare una comunità ad un nuovo modo di intendere le relazioni, dal livello locale a quello internazionale.
In tutti gli interventi è emersa una chiara urgenza: quella di sviluppare una mentalità nuova, stimolare uno sguardo competente e appassionato allo sviluppo della nostra cultura, innervandola di parole cadute in disuso, una fra tutte: perdono.
La storia di Claudia Francardi,(nella foto) moglie di un appuntato dei carabinieri, morto dopo tredici mesi di coma per dei colpi subiti quindici anni fa dall’allora giovane Matteo, ha testimoniato che il perdono non è una pratica individuale che attiene al segreto della vita interiore, ma appartiene a tutti e può diventare una strada percorribile anche per le istituzioni.
La riconciliazione della vedova Claudia con la madre del ragazzo che ha commesso il delitto è stata un anticipo di paradiso, come lei stessa l’ha definito, ma allo stesso tempo è diventata un modello che le istituzioni possono raccogliere per prevedere un diverso approccio alla pena del condannato.
Alle due donne, la moglie rimasta vedova e la madre con un figlio all’ergastolo, non è bastata una vita nuova, ma hanno sentito l’esigenza di offrire alla comunità la loro vicenda personale. Istituzioni sagge sanno cogliere questi fermenti e dovrebbero offrire un quadro amministrativo e legislativo plausibile a chi si trova nelle stesse condizioni. Il loro è stato un gesto squilibrato, fuori da ogni calcolo, ma una volta compiuto è stato chiaro che era l’unico disponibile e il più realistico.La riconciliazione diventa un gesto simbolico che può illuminare il legislatore mostrandone l’efficacia personale e sociale sul solco della nostra legge che vede la pena in funzione di una ricucitura personale e sociale della ferita causata dal delitto.
Alle istituzioni spetta dunque il compito di favorire in tutti i modi questa mentalità, cercando nel contempo di organizzare la riconciliazione, espandendo questa pratica dalla persona alla comunità.
L’intervento di Laila Simoncelli, avvocata e responsabile del Servizio diritti umani e giustizia e consulente per la rappresentanza alle Nazioni Unite della Comunità Papa Giovanni XXIII, ha inteso mostrare come la pace debba percorrere quel cammino necessario per permettere a un sentimento di diventare una scelta, un quotidiano lavoro artigianale che necessita di operai e architetti, fuor di metafora, costruttori di pace e politici che sappiano organizzarla. Come la guerra non è una tragedia improvvisa, ma si avvale di risorse e ministeri che la guidano, così la pace chiede di uscire dalle coscienze per diventare un obiettivo praticabile, con risorse organizzate.Ecco che un Ministero della Pace non è più un’utopia, ma una scelta necessaria per porre un argine a quella menzogna che fa sembrare ineluttabile la scelta della guerra, relegando il nostro art. 11 nella soffitta delle parole ormai superate dalla realtà. Ripudiare la guerra, ricorda l’avvocato Simoncelli contiene un verbo attivo, che richiede di tradurre in operazioni concrete l’alternativa alla guerra”. Il Ministero della pace è un progetto che è diventato una rotta da seguire; non ci si chiede più se serve, ma come farlo partire. Per questo dobbiamo pretendere che la pace, come la difesa, abbia le risorse per essere promossa e praticata.
(Testo riportato da un articolo di M. Campomori redatto su Rinnovamento inserto del settimanale Toscana Oggi)





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