Preambolo
Appena ieri l'altro si è conclusa la nostra rassegna culturale Antropo-logica-mente, un calendario di eventi- che quest'anno aveva come tema la CURA- e che il mio gruppo Emozion-Arti tutti gli anni in Primavera offre al territorio, inserendosi con discrezione e in modo trasversale nel panorama delle offerte culturali del circuito grossetano.
Spesso cercando spazi alternativi a quelli proposti dal circuito, spesso si sono rivelatisi vincenti perché capaci di valorizzare oltremodo il luogo, tanto da poterli definire dei veri LUOGHI DELL'ANIMA.
Il problema della gestione condivisa degli spazi culturali disponibili in città c'è sempre stato, ma anche quello della frammentazione della loro gestione.
L'associazione Grosseto Città Aperta in un recente post su fb https://www.facebook.com/share/p/1FYchA8r2T/
solleva un problema reale (la frammentazione gestionale e la moltiplicazione delle poltrone), ma lo fa usando una logica squisitamente politica, con obiettivi nemmeno tanto velati: l'avvio della campagna elettorale in vista delle elezioni comunali del 2027.
Premesso che la politica, che per sua natura cerca il consenso a breve termine, divide il mondo in fazioni ("noi" contro "loro") ha bisogno di risposte immediate e semplificate, mentre l'arte fa l'esatto opposto: unisce complessità, solleva domande scomode e fotografa le sfumature dell'animo umano, credo che se l'arte si adeguasse all'agenda politica del momento, perderebbe la sua capacità di essere uno specchio critico della società e si ridurrebbe a semplice strumento di marketing elettorale.
Ogni volta che la politica ha preteso di decidere cosa fosse buona cultura e cosa no, il risultato è stato il deserto culturale.
Pensiamo al realismo socialista nell'URSS o all'arte di regime in qualsiasi dittatura del Novecento: l'arte asservita al potere diventa ripetitiva, priva di anima e, paradossalmente, annoia persino chi l'ha commissionata. Il talento fiorisce solo dove c'è la libertà di sbagliare, di provocare e di dissentire.
I fondi pubblici alla cultura non sono "regali" del governo di turno, ma investimenti dei cittadini. Di conseguenza, le istituzioni culturali (musei, teatri, festival) appartengono alla collettività, non alla maggioranza parlamentare del momento. Se chi governa usa la cultura per piazzare i propri fedelissimi o promuovere una specifica ideologia, sta privatizzando un bene pubblico per scopi personali.
VISIONE PROGRAMMATICA :
Una narrazione, quella del post, da ribaltare, perché il problema di Grosseto non è la mancanza di una "governance politica unitaria", ma il fatto che la politica (di ogni colore) consideri la cultura come una propria dependance da lottizzare o pianificare a tavolino.
Il vero dibattito da aprire non è semplicemente su 'come la politica debba governare la cultura', ma su come la cultura possa finalmente emanciparsi dalla politica.
Ecco perché l'arte e la cultura devono essere indipendenti, soprattutto a livello locale:
Se l’approccio alla gestione culturale nasce dentro i cantieri programmatici in vista delle elezioni, la cultura viene inevitabilmente ridotta a strumento di consenso. I teatri, i musei e la biblioteca di Grosseto appartengono a tutti i cittadini – di destra, di sinistra, di centro e astensionisti. Non possono essere pianificati in base alle scadenze delle urne o alle logiche di partito.
È vero, quattro dirigenze e 28 consiglieri di amministrazione (spesso scelti per vicinanza politica e non per competenze manageriali specifiche nel settore culturale) sono lo specchio di una burocrazia inefficiente. Ma la risposta non è una 'super-governance' centralizzata e guidata dalla politica. La soluzione è lo snellimento tecnico, l'affidamento delle strutture a direttori artistici e manager culturali indipendenti, scelti tramite bandi internazionali e lasciati liberi di lavorare senza il fiato sul collo dell'assessorato di turno.
La cultura crea valore quando è libera, non quando è 'coordinata' dal potere: Il post invoca una 'visione gestionale d'insieme'.
Occorre fare attenzione, perché il confine tra coordinamento e controllo ideologico è sottilissimo.
Quando la politica pretende di dare una direzione univoca alla cultura di una città, finisce per appiattirla. Il Cassero, le Mura, il Museo di Storia Naturale devono essere spazi di pensiero critico, libero e autonomo, capaci anche di contestare il potere politico locale, non di assecondarlo.
Ben venga quindi il confronto, ma a una condizione: che il tavolo sulla cultura non sia l'ennesimo scontro tra chi siede sulle poltrone oggi e chi spera di sedercisi domani.
Parlare di cultura significa parlare di fondi garantiti, di autonomia scientifica dei direttori dei musei, di bandi trasparenti e di apertura ai privati e all'associazionismo fuori dai circuiti dei partiti.
La cultura a Grosseto sarà 'aperta' solo quando le chiavi dei teatri e dei musei saranno in mano agli storici dell'arte, ai registi, agli scienziati e ai manager culturali, e non ai comitati elettorali."





















